La stanza delle maschere
al contatto con le intemperie
il respiro denigra
gli attimi scorsi
ormai non più visibili
al silenzio esterno.
La ragazza d'argilla
con gli occhi d'ottone
scosta appena la giacca ed i capelli
si guarda intorno spaesata
e raccoglie dalla borsa una sigaretta
sul vestito ha una macchia color argento.
Mentre il tempo fuori si fa di plastica
un cero ci conduce in una stanza
in cui il sussurro di una viola
da sotto la porta
filtra a confidarci che non siamo soli.
La luce va via
e il soffito si sveste
le finestre riflettono i nostri volti imbarazzati
che si spiano
le maschere restano immobili
per violentare l'atmosfera
il vento si solleva tra i salici
lei si volta a guardarmi
ed io serro gli occhi
nel disagio della mia inquietudine
le dico che non ho da accendere.
Lo specchio dell'insoddisfazione
e rivedi te stesso allo specchio
trovi un altro lavoro
quando il mondo
sembra un altro
e invece scopri che non è il tuo
guardi il cane
che ha smesso di obbedirti
perchè non ha capito.
Quando la mattina
prendi due intere caffettiere
ma continui a star bene
smetti
di sapere cosa fare
e inizi a scuotere fortissimo la testa.
Quando pensi
direttamente al cianuro
speri di non avere del suicidio in casa
e se non ti rendi conto
che non tutto può essere in hd
spegni il televisore
forse qualcuno ti dirà
sei su candid camera.
Succube è il sapore
correva accanto a un fiume sottile
l'aria tiepida
l'erba bagnata
il fango nella strada
il sole come una lucciola vibrante in un bosco tetro
il corpo deposto
sotto le mani umide degli alberi rinsecchiti
le ombre sollevanti
leccargli il collo
dimenticando l'odio.
Un parassita morse li
dove il sole si sfamava
estasiato e in fibrillazione
come la lingua delle migliori amanti
si invigorì
nel succhiare ardentemente
quel sangue infetto da Aids.
Il sollievo di essere amato a tal punto
gli accese il sorriso sulla luna
gli porse i suoi segni sulla pelle
che ringrinzita reclamava di andarsene
sorda continuò a spillar veleno
fino a quando spirò in un gemito
che tanto sapeva di piacere.
Dalla porta al letto fino alla sedia
oltre gli spifferi velati delle persiane
una piccola sagoma lucente riposa.
La pioggia scrosciante
sempre più forte s'infrange sulle strade
e il suo picchiettio desta le orecchie.
Lei adagiata su di un fianco
la testa lieta sul cuscino
i piedi nudi fra le coperte
dimentica ogni timore.
Lentamente le dita le lusingano la schiena
e un sospiro le rasserena il volto
i pensieri come gocce le scivolano sulla pelle
le ansie evaporano
e resta a guardare lui
mentre si spoglia dell'incertezza
sulla spalla
scrive le sue sensazioni.
Settembre non è più lo stesso
sgorga a fiotti
nel biancore della carta
e si insinua anch'oltre.
La foglia colma di speranza
nella mezza stagione
si china
dal ramo di un pioppo ad un umido marciapiede
sotto il grigiore delle nubi.
I rami spogli dell'autunno alla sera
sotto la pioggia esile
con le dita strette e chiuse gridano addio
addio settembre
senza aprire bocca.
I fogli stropicciati dal vento
si tagliano in mille parti
e piangono l'inchiostro sbiadito
su una panchina bordeaux
in quell'umido marciapiede in cui
la foglia era rimasta sola.
Spesso nel silenzio
il muro al volto.
isolato del viandante
il calar della sera,
l'ombra disperata della porta,
le finestre vitree scarnite nel vacuo.
Spesso nel silenzio ritrovo
le mani serrate.
La Ninfa dormiente
cullata sulle mandorle
addolcisci gli occhi in un sorriso
rilassi soavemente
i muscoli del viso... torni bimba.
Che splendido regalo la tua quiete
una sete infinita d'esser sogno
il giorno in cui
sarò passaggio
ad allietar il tuo cammino.
Non riesco a usar parole
nel vedere le palpebre morire e
risorgere in sole
acquietarsi tra le rondini e il mare
a pungolare il sonno.
Si allargano le arterie
battono sul collo al ticchettar del cuor sul petto
si gonfiano e cedono a orde di sospiri
che si allentano
si allungano
e premono sul torso a carezzar gli zigomi
a distoglierti da tutti i tuoi pensieri futili.
L'argine (o canzone per gli amanti)
cieli adornati d'ametista,
silenti,
volti a dire basta;
al che punti da postille.
Le pupille si dilatan di tempesta,
l'aria
d'arroganza.
O amante
dalla chioma folta,
falsa ricchezza
o fiore
dal colore blu,
fragranza fresca.
Mi crogiolo nella gesta,
mi decoro di letizia.
fulgente
armonia dei sorrisi;
denti levigar gli orifizi
labbra cremisi;
scesi a patti con l'austero
ogni desiderio corroborò
in una spontanea saggezza.
Il velo
l'aura sedicente e sediziosa
raffronta le dita.
Il palmo di profilo, il braccio disteso,
le punte rigare la pelle,
la pelle.
gozzoviglia nella gola,
... questo non è il mio battito.
Quel che ho affrontato...
Non avvicinarti a quelle coste,
non puoi avvicinarti da solo,
non ti avvicinare!
Ma testardo mi volli addentrare.
Invano ho remato,
né il sole, né la corrente,
né l'attrito con la sabbia,
un'enorme scoglio,
inevitabile
mascherò la rovina...
l'acqua s’infiltrò lentamente
tra le bocche incoscienti,
lentamente s’infiltrò
tra le tenui fessure …
finché mi disincagliai
e andai via.
Giunsi al porto, giunsi in terra,
le gambe tremanti
stremate,
il mare unto
d’olio, d’estate,
i gabbiani appoggiati
sui frangiflutti,
i marinai nascosti
da navi immani.
Chi si trastullava fu richiamato,
chi spiccò il volo
ormai riposato,
chi pescava appassionato,
chi ritornò
disidratato.
Fu un tempo
che rubò il respiro,
un solco s‘impresse sul mento,
un foro sullo scafo,
che riportai a casa,
che riportai a mente,
che riportai?


